Dall’ortofrutticolo alla specializzazione in fiori in vaso: l’azienda Flor Pescetto ci apre le porte alla scoperta della sua storia e ci racconta del suo impegno per l’innovazione e la sostenibilità. Siamo nella piana di Albenga, a parlarci dell’azienda di famiglia avviata dal nonno è il titolare, Mauro Pistone, che insieme alla moglie e al figlio porta avanti l’attività.

Quale è la storia di Flor Pescetto?

«Flor Pescetto all’inizio non esisteva, si chiamava Pescetto, il nome di mio nonno, e si occupava soltanto di ortaggi. Come Totò, alla fine degli anni Ottanta io ho fatto il militare a Cuneo e lì ho incontrato una cuneese che ho sposato due anni dopo e che è diventata mia moglie. Si è trasferita in Liguria con me, e con mia mamma nel 1990 ha fondato la Flor Pescetto mantenendo il nome del nonno e passando da produzione orticola a floricola. Io all’epoca ero ancora artigiano in un altro settore. Poi i miei genitori sono andati in pensione e allora, circa una quindicina di anni fa, io e mia moglie abbiamo preso l’attività»

Che dimensioni ha l’azienda?

«Siamo una piccolissima azienda – al momento ci estendiamo appena su 7000 metri – con conduzione familiare: siamo io, mia moglie e mio figlio che adesso è coadiuvante. Siamo solo in tre e abbiamo adottato una filosofia per cui non abbiamo mai avuto operai ma abbiamo acquistato diversi macchinari»

Torniamo a quando lei è entrato in azienda…

«È stato quello il momento in cui abbiamo fatto i cambiamenti più grossi, un po’ perché abbiamo adottato un sistema di coltivazione completamente diverso, e un po’ perché eravamo solo in due: il passo più grosso è stato per esempio quello che ha riguardato l’irrigazione e la concimazione. Abbiamo tolto tutti gli “spaghetti”, tutti gli impianti a goccia e a pioggia e abbiamo adottato la subirrigazione».

Come mai questa scelta?

«Quattordici anni fa, l’anno dopo che sono entrato in azienda, abbiamo iniziato questo sistema che ad Albenga non esisteva. Mi ero guardato intorno, avevo fatto ricerche in rete e avevo provato con i primi teli, dalla Germania, che si erano rivelati un fallimento, sono quindi andato avanti con i teli italiani che sono uno spettacolo. Siamo riusciti a portare avanti tutte le nostre coltivazioni»

Ci sono dei vantaggi con questo sistema?

«Ci sono dei pro e dei contro. Non dobbiamo più mettere gli spaghetti a ogni vasetto: la subirrigazione prevede un telo in plastica che copre tutta l’azienda, poi c’è una spugnetta di qualche millimetro sopra il telo e la normale pacciamatura. Il telo e la spugnetta vengono irrorati con delle gocce da tubi posati per terra, il telo quindi si inumidisce. Il vantaggio è che non sprechiamo alcun concime, perché nulla va nella falda, ed essendo in una zona, come la piana di Albenga, vulnerabile ai nitrati, è un bene. Al fondo di ogni appezzamento, sono circa di 20 metri per 20, ci sono delle canalette che raccolgono l’eccesso di acqua o di prodotto che viene poi riutilizzato. Con questo sistema bagnamo molto meno: occorre la metà di acqua e all’incirca un terzo del concime, proprio perché rimane tutto sul telo. Certo, il contro è che tutto ciò che viene dato, resta, quindi è più difficile avere il controllo della pianta: non possiamo usare i nanizzanti per esempio, anche se consentiti, perché resterebbero sul telo».

Avete incontrato delle difficoltà nell’introdurre queste innovazioni?

«È il contrario. Dall’ombreggio mobile all’irrigazione, si tratta di novità che abbiamo scelto di introdurre dopo delle difficoltà non indifferenti. Un’alluvione ci ha portato ad alzare i terreni di 20/30 cm perché avevamo perso quasi tutto il prodotto dell’anno: quando abbiamo alzato abbiamo creato anche la subirrigazione, che permette di drenare molto più velocemente i campi. Dopo una gelata importante, invece, è arrivato l’ombreggio»

Vi occupate esclusivamente di piante in vaso: come sono variate le scelte nel tempo?

«Quando siamo intervenuti con la subirrigazione avremmo voluto provare a fare qualcosa di diverso perché sul mercato c’era ormai un po’ di tutto. Abbiamo allora proposto dei vasi di diametro più piccolo, circa 9, che nella Piana ancora non erano ancora arrivati. Un’altra novità è, sulla vendita, una sorta di cestino-contenitore con quattro piante di tipologie diverse – avendone otto con colori e varietà differenti non sono mai uguali. Hanno una maniglia con le torri di Albenga perché volevamo identificare il prodotto con la Piana. L’aneddoto curioso è che quando abbiamo realizzato il cestino non sapevamo come disegnarlo, la mattina in cui con il grafico avremmo dovuto decidere ci siamo svegliati e abbiamo trovato migliaia di rondini appoggiate intorno: sulla casa, sul tetto, sulle grondaie… Erano appena arrivate dall’Africa, il giorno dopo non c’era più nulla. E così sulla maniglia abbiamo disegnato le torri di Albenga con tutte le rondini che girano intorno e creano delle scie»

Che fiori trattate?

«Abbiamo margherite sia bianche che colorate, i ranuncoli da bulbo, Agatea, Gazania, un delosperma, briantemo che fiorisce quasi tutto l’anno. Per cercare di avere qualcosa di diverso proponiamo anche un anemone fatto a dalia: non il solito con i cinque petali, ma più simile a una rosa. E ancora la violacciocca giapponese in otto colori diversi, profumatissima. E poi l’iberis»

L’iberis è legato a un’attività con l’IRF…

«Con l’IRF abbiamo portato avanti un progetto dedicato all’iberis classico della Piana di Albenga. Col tempo erano arrivati infatti molti iberis diversi perché il mercato richiedeva una fioritura sempre più anticipata, abbiamo quindi “ripulito” un po’ la genetica e mantenuto il classico iberis di Albenga che fiorisce sempre verso fine ottobre»

Che mercato hanno le vostre piante?

«Noi lavoriamo esclusivamente con i commercianti della zona, ma negli ultimi anni ci siamo attrezzati per la tracciabilità del prodotto con apposite etichette che marchiano ogni vaso con la specifica del lotto di appartenenza e sappiamo quindi dove vanno le piante. Abbiamo notato che per lo più finiscono in Francia, Regno Unito e Germania, ultimamente anche in paesi dell’est e Svezia e Danimarca, dove prima non arrivavano»

Cosa vede nel futuro della sua azienda?

«Ormai ho una certa età, spero quindi che mio figlio prosegua l’attività. L’intenzione è sicuramente quella di andare avanti nel solco della sostenibilità: ci siamo iscritti a una certificazione, la MPS, che valuta anche l’impatto sull’ambiente dell’azienda. Ci impegniamo a usare pochi fitosanitari, meno concimi possibili. Siamo anche orgogliosi perché nei nostri fossati sono tornate di nuovo le rane, ora aspettiamo le tartarughe come una volta, e abbiamo le anatre che prima erano andate via. Adoperando prodotti sostenibili, le cose funzionano. Vorremmo anche provvedere alla raccolta dell’acqua piovana, ma dobbiamo capire come procedere con il progetto, e così anche per l’installazione dei pannelli solari. L’ultima idea è quella di adibire una piccola porzione dell’azienda ad agriturismo, ma è un progetto ancora in fase di studio».

Intervista della nostra collaboratrice Alessandra Chiappori.

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