L’Azienda di Flavio Sapia nasce negli anni Ottanta per continuare l’attività di Giacomo Nobbio, storico ibridatore del sanremese, che iniziò l’attività nel 1946. Da sempre collabora con gli enti di ricerca del territorio e diversi programmi di sviluppo: nel tempo è stata di supporto all’ottenimento di 32 brevetti, ha una collezione di 2400 varietà di garofano, circa 70 varietà di Dalia, oltre 50 specie e cultivar di Salvia, circa 100 varietà di Aubretia e oltre 20 tra cultivar e specie di Iberis. Prossimo alla pensione dopo tanti anni di lavoro e viaggi per il mondo, Flavio Sappia ha raccontato a Flornews la storia dell’azienda di famiglia, tra garofani, sperimentazioni, fortuna e pazienza.

Come inizia la storia dell’azienda?
«Ho iniziato a lavorare con mio padre quando ero ragazzino, e andavo sul mercato con lui. Dai 16 anni lo aiutavo in campagna, poi ho iniziato a studiare all’università e prima di terminare mio zio Nobbio, che era un famoso ibridatore di garofani, chiese se volevo aiutarlo nel tempo libero. Così iniziai, nell’estate del 1981. Studiavo e riprendevo il lavoro da lui, è stato così per gli ultimi due anni di agraria».
Come ha visto cambiare il settore nel tempo?
«Il mercato si è spostato: ho lavorato soprattutto sul garofano, con ibridazione e creazione di nuove varietà, ma i mercati si sono completamente spostati tra gli anni Ottanta e i Novanta. Prima dalla Liguria sono andati verso il sud, con ancora qualcosa in Toscana ma soprattutto Napoli. Ma cresceva, specie sul garofano, anche la parte all’estero. Ho iniziato a viaggiare, all’incirca dal 1992, e ad andare in Sud America, soprattutto il Colombia, dove c’era un mercato del garofano emergente. Avevano un clima fantastico, manodopera a basso costo e mi sono reso conto che si stava spostando tutto lì. Ho spinto perché mio zio facesse più cose per l’estero».
Come andarono le cose?
«Lui non aveva molta intenzione, era convinto che il mercato italiano avrebbe retto, ma non è successo. Ci siamo un po’ divisi: lui avrebbe lavorato solo per il mercato italiano e io per l’estero. Siamo andati avanti così, poi c’è stato il crollo del mercato italiano e sono subentrato a curare le sue varietà anche per l’estero, fino al 2005 quando è mancato. Io ho continuato lavorando soprattutto con l’estero. Gran parte del lavoro l’ho fatto con l’aiuto della mia ex moglie, Cristina Romeo: io sono più eclettico, lei ha sempre portato avanti il lavoro più empirico».
Attualmente?
«Sto per andare in pensione, quindi sto riducendo le attività. Nel 2009 ho creato una società: il garofano è coltivato per i tre quarti sulla linea dell’equatore, è molto complicato fare le selezioni in un clima che ha quattro stagioni. Ho quindi fondato una società in Colombia, creando un sistema per controllare quello che succedeva, con delle biologhe che lavorano sul campo, e poi ho venduto la società ai colombiani, ma faccio ancora consulenza. Per gestire l’attività ho creato un software che ho scritto già quando lavoravo con mio zio: non esisteva nulla per gestire l’ibridazione».
Che cosa significa ibridare, quanto dipende dal mercato e quando da intuizioni estetiche?
«È un insieme di cose: il mercato evolve continuamente e vuole novità, questo si intreccia alle conoscenze che si hanno. Nobbio era veramente molto bravo, è tra i primi che hanno introdotto nuove tipologie nel garofano insieme ad Agostino Baratta, facendo incroci interspecifici. Anno dopo anno ho visto cambiare il panorama: esisteva un grosso mercato per i bouquet nei supermercati americani, con le conoscenze che avevo e le specie che avevamo visto e usato, abbiamo iniziato a creare prodotti nuovi che ora stanno funzionando molto bene».
Si va anche un po’ per tentativi?
«A volte si prova, molte volte non funziona: mio zio ha fatto un lavoro enorme, di 26 anni, per creare un nuovo tipo di garofano, e poi una volta messo sul mercato non ha praticamente mai avuto successo. Era un lavoro difficile».
Normalmente quanto passa tra sperimentazione e commercializzazione?
«Se parliamo di un prodotto completamente nuovo, con un po’ di fortuna 20 anni. Un prodotto migliorato, di un certo colore oppure più riproduttivo, potrebbe chiedere 6 o 7 anni, da quando si comincia a quando lo si introduce sul mercato, sperando che cominci a funzionare. È un grosso limite, richiede un grande investimento».
Ci sono nella storia della vostra azienda dei successi riconosciuti?
«Certamente, ci sono varietà che hanno funzionato molto bene. Mio zio ne aveva una fantastica che è andata tantissimo in Asia, sul Giappone, un’altra che in Sud America si chiamava Nelson. Anche tra le mie ne esistono alcune di cui sono fiero: una è una varietà miniatura. Siamo sempre stati specializzati sul garofano standard, quando ho cominciato a fare garofani in miniatura multifiori, stavamo trattando con gli olandesi che ci dicevano di lasciar perdere. Lì per lì ci avevo creduto, ma spostando queste varietà sulla Colombia ho iniziato ad avere un grandissimo successo. Una di queste si chiama Roxanne, è del 2002 ma è venduta tutt’ora, è un punto fermo tra i rossi. C’è una varietà recente che ho venduto sempre in Colombia, si chiama Jungle, è un verde molto buono, lo stanno spedendo in Giappone e sta in container per tre settimane, una volta arrivato dura ancora 15 giorni. Sono molto contento di questa e di altre cose fatte. C’è anche una serie che ho intitolato a mio zio, riprendeva il suo lavoro con colori completamente diversi. Ancora, un garofano multifiore che arriva dal Dianthus chinensis e un altro incrocio multifiore che arriva dal Dianthus superbus, ha dei petali molto particolari».
Quanto ha influito in questi anni sul suo lavoro il cambiamento climatico?
«È cambiato il clima, molte varietà che funzionavano non funzionano più e quindi bisogna cercare varietà con caratteristiche un po’ diverse. A livello di ibridazione non è un grande problema per la variabilità. Ho iniziato però a fare ibridazioni con il CREA di Sanremo sull’elicriso, e ho realizzato varietà estremamente resistenti alla sete, non gelano e hanno un discreto successo. Ho lavorato su delle salvie, un lavoro difficile, ma con prodotti che si adattano molto bene a climi e mercati diversi. Ultimamente ho cominciato a lavorare anche sull’Iberis con il CREA, ci sono varietà che resistono al gelo facilmente e non hanno bisogno di molta acqua».
Qual è l’insegnamento più prezioso di questi anni di lavoro?
«Che il lavoro non è tutto! Ho lavorato tanto, forse avrei potuto prendere un pochino più tempo per me e le mie figlie in certi momenti. È difficile quando si entra in questi meccanismi, specie se il lavoro è appassionante. È anche molto frustrante e faticoso, magari non viene capito dal mercato, e poi ci sono prodotti sfortunati, che arrivano nel momento sbagliato e non partono, oppure semplicemente in quel periodo quel colore non va di moda».
Intervista di Alessandria Chiappori.






