Ha ottenuto il miglior punteggio al progetto “Agry Accademy” promosso da Regione Liguria e Filse Spa con la sua proposta di startup agricola Bêo. Simone Caridi, di Sanremo, nasce come regista ma ha trovato nella terra e nelle storie di famiglia lo spunto per un’idea che ha a che fare con il recupero dei terreni e delle tradizioni de ponente ligure. Lo abbiamo conosciuto meglio per farci raccontare l’idea di azienda agrituristica per la quale ha realizzato un business plan e che prossimamente potrebbe diventare una realtà concreta.

Ci racconti qualcosa di te?
«Mi occupo principalmente di videoproduzione: documentari, sport, reportage… Lo faccio da oltre 10 anni, dopo aver seguito un corso di regia cinematografica e aver iniziato a lavorare un po’ nel cinema indipendente e nella televisione».
Come è arrivata l’idea di fondare un’azienda agricola?
«La definirei agrituristica. In questi anni ho lavorato per recuperare un po’ di terreni, da Ciabaudo a Badalucco, a San Pietro, a Sanremo. È da lì che i miei nonni sono partiti, dalle colline di Ciabaudo sono scesi giù a Sanremo. Mi piaceva l’idea di riprendere questo cammino. Negli anni ho promosso diversi eventi con turisti, guide e con le scuole, per esempio raccontando l’essiccazione delle castagne o spiegando i diversi tipi di frumenti».
Da dove arriva l’idea di partecipare al bando Agry Accademy?
«Mi balenava da un po’ l’idea di aprire un’attività agricola, il bando forniva un’infarinatura e alla fine permetteva di partecipare a una sorta di competizione, l’AgriCup, dove presentare business plan aziendali ricevendo una validazione da Regione Liguria e Filse, i promotori. Durante il percorso c’era la possibilità di avere anche delle ore di tutoraggio con tecnici per impostare correttamente il business plan».
Che percorso è stato?
«È iniziato ad aprile 2026 con 8 incontri durati fino a maggio, è stato abbastanza intenso con incontri di 3-4 ore. Non avevo mai fatto un business plan e non avevo idea di come si facesse, quello agricolo è ancora più difficile per via delle tante variabili. Ci sono stati forniti dei form per iniziare a imbastirlo, e indicazioni su come strutturarlo. È stato estremamente utile: a livello agricolo forse si fa poco e i giovani agricoltori magari hanno idee un po’ “romantiche” che non sono utili a far stare in piedi l’azienda».
Qual è stato lo step più complesso?
«Abbiamo dovuto fare un pitch, raccontando in 5 minuti qual era la nostra idea di azienda. Era il focus sul quale il bando puntava: aiutare chi vuol fare agricoltura a raccontarsi. Molto spesso, lo vedo andando in giro per aziende, si fa difficoltà a raggiungere le persone».
Avevi già delle idee chiare?
«Ho raccolto nel tempo tantissimi racconti, anche di cultura del territorio oltre che a livello agricolo. Lavorando anche nella promozione turistica mi sono accorto che ci sono due domande che hanno bisogno di incontrarsi: da una parte l’agricoltura ha spazi troppo piccoli e si fa difficoltà a dare valore al prodotto, dovresti aumentare il costo ma non ce la fai. Dall’altra parte il turismo cerca sempre più le persone ed esperienze in aziende e sul territorio. Me ne sono reso conto promuovendo attività nei castagneti con i produttori: la gente apprezzava ed era disposta anche a valutare il prodotto qualcosa in più. Così ho pensato di unire questi aspetti allo storytelling visivo, che è la mia competenza, restituendo con le immagini il racconto del prodotto per aumentarne il valore, oltre che attraverso le esperienze dirette dei visitatori che, così, si sentono protagonisti».
L’azienda si chiamerà Bêo …
«Sì, mi piace perché ricorda il viaggio dalle montagne a scendere, collegandosi come il Beo su una linea immaginaria dove esiste anche l’acquedotto di Sanremo che parte da Argallo e i Vignai e porta l’acqua fin sulle colline di San Pietro. Era un nome ligure, semplice da pronunciare anche per uno straniero».

Sei stato selezionato per l’alto grado di innovazione, la solidità del piano economico e la coerenza con gli obiettivi di sostenibilità ambientale…Che cosa ha colpito del tuo progetto?
«L’innovazione è aver unito competenze tecnologiche e di storytelling visivo nella produzione agricola, questo ha aumentato il valore ed è stato valutato positivamente. Allo stesso modo il fatto di far entrare il visitatore a far parte dell’azienda: vieni a fare un’esperienza e ti porti a casa qualcosa».
Di che produzioni ti occuperai?
«Sono diversificate, ne ho 4 principali e si spalmano lungo tutto l’anno per cercare di coprirlo tutto. Ci dividiamo tra Sanremo e Badalucco, mi piacerebbe partire con una parte invernale sui fiori, visto che a livello di promozione ho già lavorato con aziende del settore. Credo che far partecipare le persone direttamente, inserendo per esempio una serra vetrina o un campo in cui scegliere i fiori per fare attività o creare cose possa essere bello. Per l’estate ci sono i frumenti recuperati: sto già lavorando con i grani antichi e vorrei continuare sulla linea. In autunno i castagni, sto lavorando per recuperare terreni rimasti nella zona di Ciabaudo, e poi allargarli. E infine gli ulivi. A questi aggiungiamo una quinta produzione come esperimento che secondo me potrebbe funzionare, ma che non svelo».
Come hai approfondito nel business plan la parte di sostenibilità aziendale?
«Sicuramente è stata premiata l’idea del recupero, per esempio dei castagni e dei frumenti. Su alcuni terreni che ho preso è stato anche fatto un recupero di pozzi e sorgenti. L’idea è di creare un sistema eco-smart che permetta di ridurre i consumi. La maggior parte del lavoro è sulle piccole produzioni: nel piano ho indicato di voler creare sempre più, nel tempo, un’economia circolare affinché le colture si aiutino l’una con l’altra. Infine è stato premiato il lavoro per lo più manuale. L’idea vincente è stata però quella del recupero: è il mio sogno, quello di recuperare quanti più terreni possibile, perché c’è bisogno visto che intorno è tutto abbandonato, specie castagneti e frumenti».
Quali sono i prossimi step?
«Cercare di iniziare a mettere in pratica, e vedere a livello burocratico cosa c’è da fare. La mia idea è di iniziare nella seconda metà del 2027, c’è ancora un anno per la fase di progettazione e la messa a punto. Sicuramente avere già un business plan è una buona base, sono contento perché tante persone si sono interessate al progetto».
Intervista di Alessandra Chiappori





