Nicoletta Rossi è funzionario regionale nonché Responsabile Gestione Sistema Qualità per i laboratorio Analisi terreni e produzioni vegetali della Regione Liguria. Si occupa in particolare di aziende biologiche: abbiamo approfittato di una chiacchierata con lei per capire meglio che cos’è un’azienda biologica, come è possibile e perché scegliere di convertire la propria attività da produzione convenzionale a biologica. 

Di cosa si occupa nel suo lavoro?

«Sul tema agricoltura biologica ogni regione ha indicato un referente: per la Liguria sono io. Sono quindi incaricata di seguire le pratiche del comparto ai tavoli nazionali, eventuali problematiche, decreti, stesura di documenti… Mi occupo anche delle misure per il Psr e degli interventi del PSP legati all’agricoltura biologica e a chi aderisce a questo sistema». 

Che cosa significa essere un’azienda biologia? 

«Significa avere l’obiettivo di coltivare seguendo delle linee sostenibili per l’ambiente, quindi seguire dei disciplinari di produzione che impongono degli impegni, per esempio non utilizzare prodotti chimici sintetici, ma anche seguire determinate tecniche agronomiche per riuscire a coltivare sostenendo al contempo l’ambiente. Il tutto presuppone la certificazione da parte di un organismo di controllo riconosciuto, che verifichi che l’azienda stia seguendo quanto previsto dal disciplinare bio». 

C’è anche una parte amministrativa quindi?

«Esatto, l’azienda deve scegliere un organismo di controllo, pagarlo, seguire un certo numero di adempimenti burocratici per poter ottenere la certificazione e mantenerla nel tempo». 

Quando avviene questa verifica? 

«L’organismo di controllo la effettua almeno una volta l’anno, andando in azienda e verificando in loco la situazione». 

Voi quando subentrate? 

«Dagli ultimi anni abbiamo un ruolo più marginale: una volta l’elenco dei produttori e degli operatori certificati era gestito a livello regionale, attualmente è gestito a livello nazionale. L’azienda presenta una notifica sul portale nazionale – il Sian – e a noi arriva la comunicazione relativa. Siamo inoltre incaricati della vigilanza sugli organismi di controllo che sono responsabili della certificazione degli operatori ». 

Qual è la fotografia dell’attuale situazione ligure sulle aziende biologiche?

«Si tratta di circa di 460 aziende di produttori: l’elenco dei produttori non viene gestito a livello regionale, ma nazionale. Annualmente viene emesso un report annuale (Bio in cifre) prodotto da ISMEA che attesta lo stato del sistema Italia per quanto riguarda il biologico. In Liguria siamo intorno al 22% di superficie biologica rispetto al totale della superficie agricola del territorio». 

Sono numeri cambiati nel corso degli anni?

«È una percentuale in leggero aumento: da un 15% nel 2021 si è saliti negli anni sino al 22% nel 2024. Ricordiamo che il passaggio al biologico comporta un impegno forte per l’azienda, quindi, deve essere una volontà sentita. Ci sono aziende che convertono il loro terreno da convenzionale a bio, altri invece acquistano terreni già biologici o subentrano in situazioni avviate, o ancora iniziano con una nuova gestione direttamente biologica».

Che cosa devo fare se sono un’azienda e voglio passare al biologico? 

«Prima di tutto bisogna scegliere un organismo di controllo e, se non si hanno sufficienti competenze interne all’azienda, ci si può affidare a un tecnico consulente che fornisce le indicazioni sulle normative sul biologico. Se invece si hanno le competenze, è opportuno documentarsi sulla normativa e le tecniche. Poi si inizia a lavorare sul campo in maniera differente, a seconda della coltura, seguendo le indicazioni dei disciplinari». 

Nella prospettiva di un’azienda ligure, quali sono gli ostacoli principali nel passaggio al biologico? 

«Può verificarsi un problema di costi: le aziende liguri sono piccole e con poca superficie, i costi sono proporzionati, ma non marginali. Gli altri problemi possono dipendere dalle colture, dalle annate problematiche: a volte è difficile applicare tecniche di difesa e si possono avere rese molto più basse del prodotto. In Liguria le colture maggiormente rappresentative nel biologico sono  la viticoltura, le colture foraggere e l’olivicoltura». 

Sul prodotto floricolo c’è interesse verso il biologico? 

«Non tantissimo, perché si valuta principalmente la parte estetica. Ultimamente, però, allargandosi l’interesse per i fiori eduli, usati in cucina, è cresciuto l’interesse nel biologico anche da parte di alcune aziende floricole: è un ambito dove è importante la sicurezza». 

Oltre ai produttori, la trafila del biologico interessa anche trasformatori e importatori…

«Sì, un’azienda può anche essere tutte e tre le cose, ma più spesso è produttore e trasformatore o preparatore. La normativa è differente per le tre categorie, ma nulla vieta che la stessa azienda possa far parte di diversi comparti». 

Perché un’azienda dovrebbe decidere di convertire al biologico?

«C’è un discorso etico, la volontà di occuparsi di ambiente, ma anche una parte economica: i prodotti biologici hanno costi maggiori rispetto ai convenzionali. Il comparto ligure è fatto di aziende con produzioni non molto grandi e il biologico può aiutare ad avere un prodotto di qualità superiore che può spuntare un prezzo di vendita più alto».

Può avere impatto anche sui mercati esteri?

«Sì, l’etichettatura biologica è un marchio riconosciuto a livello europeo e quindi può essere venduto molto bene». 

Sul portale Sian gestito dal Masaf si possono trovare informazioni sul settore biologico: dalla gestione delle attività alla certificazione degli operatori, dall’elenco delle aziende biologiche sul territorio ai programmi di produzione, ma anche le banche dati su sementi, zootecnia e controlli.

Intervista di Alessandra Chiappori.

iscriviti alla newsletter

Per ricevere periodicamente gli aggiornamenti importanti da Flornews Liguria