Tra gli agrumi liguri, il Chinotto di Savona, insieme all’arancio Pernambucco e al limone di Sanremo riveste un ruolo significativo nella storia del territorio. Che tra paesaggio ligure e agrumi ci sia una forte connotazione è infatti un dato noto, tanto da rendere particolarmente significative le caratteristiche del chinotto di Savona. 

Il chinotto Citrus myrtifolia – è una mutazione naturale dell’arancio amaro (Citrus aurantium). L’attributo myrtifolia deriva dalla forma della foglia, simile a quella del mirto e di piccole dimensioni. Quella di Savona, in particolare, è una varietà che si contraddistingue per una mutazione genetica che impatta sulla dimensione delle foglie e le caratteristiche dei frutti. Il Chinotto di Savona è un agrume sempreverde, spesso innestato su arancio amaro: cresce molto lentamente: una volta a maturità, raramente supera i due metri e mezzo.  La chioma ha una forma sferica che tende a farsi densa. Non ha le spine di tanti altri agrumi e presenta invece foglie di un verde acceso e piccoli fiori bianchi che compaiono a primavera. Il frutto arriva invece a fine settembre, per maturare poi da dicembre. È piccolo, tondeggiante, verde brillante e arancione pallido una volta maturo. 

È proprio il clima della costa rivierasca ad aver consentito al chinotto non solo la sopravvivenza dopo l’importazione, ma un acclimatamento che ha portato a una differenziazione morfogenetica peculiare.  Il Chinotto di Savona chiede un clima temperato e l’esposizione tra sud-est e sud-ovest, un suolo drenato, vento moderato e poco freddo, che patisce. Caratteristiche dell’adattamento al territorio a nord del Mediterraneo che impattano anche sulle peculiarità fitochimiche del frutto. Nel Chinotto di Savona la vitamina C risulta per esempio maggiore rispetto alle piante di altri territori. 

L’introduzione del chinotto risalirebbe al periodo tra Cinquecento e Seicento, anche le fonti storiche attestano la presenza di questo agrume in Riviera di Ponente, ma non c’è certezza sulle modalità di arrivo in Liguria che, sembra, sia avvenuto nel savonese grazie a un navigatore del luogo a metà Cinquecento. Resta indubbiamente l’Ottocento il periodo d’oro di questa pianta e dei suoi frutti, introdotti nell’industria conserviera tanto che la francese Silvestre-Alemand spostò il proprio stabilimento a Savona nel 1877. In quel periodo la coltivazione del chinotto divenne così importante sotto il profilo economico che Mario Calvino ne consigliò l’introduzione facendo riferimento proprio al savonese e a un’azienda di Borghetto san Nicolò (Bordighera) che con 3000 piante forniva frutti – specie canditi – alle pasticcerie di zona. Nel savonese le produzioni erano per lo più tra Varazze e Laigueglia, organizzate in agrumeti e filari. I dati riportano che a cavallo tra il XIX e il XX secolo la produzione annuale si assestò attorno a 7 milioni di frutti. Un bacino così grande che nel 1887 venne fondata la Società dei Produttori di Chinotti con 152 soci. Un periodo florido destinato a soccombere con la seconda guerra mondiale e l’espansione urbana del dopoguerra. Da 25mila piante ci si è assestati sulle 400, un patrimonio salvato anche da valorizzazioni come il marchio Slow Food. 

Il frutto del chinotto è piccolo, spesso usato in pasticceria o in ambito non alimentare in virtù delle sue caratteristiche chimiche e aromatiche: il consumo non avviene mai se non previa lavorazione. I frutti non ancora completamente maturi sono canditi, oppure destinati alla preparazione di marmellate o infusi in alcool per la preparazione di liquori. Bibite e digestivi sono realizzati con l’estrazione della “tintura” per aromatizzare: da qui deriva la bevanda gassata che prende il nome proprio dalla pianta. Esistono anche usi non alimentari: tra questi la cosmetica e la profumeria, con prodotti che dal chinotto prendono proprietà aromatiche e chimiche, come l’effetto antinfiammatorio e purificante sulla pelle. 

[Informazioni tratte dal volume “Gli agrumi del nord del Mediterraneo”, Curk F., Luro F., Minuto G., Nieddu G., éditions Alain Piazzola, Ajaccio, 2022, pubblicato nell’ambito del progetto Interreg Marittimo “Mare di Agrumi”]

Articolo di Alessandra Chiappori.

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