Tra i partner del progetto Rubble Plant Garden (RPG), cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Complemento regionale di Sviluppo Rurale 2023/2027 della Regione Liguria c’è anche il vivaio Rebella di Quiliano. Il ruolo di questa realtà aziendale sarà centrale per la sperimentazione dei nuovi substrati ecocompatibili ottenuti dal riciclo e dal trattamento degli inerti del settore edile che il progetto si propone di sviluppare. Con Lucia Varaldo, del vivaio, abbiamo approfondito le peculiarità e le prospettive delle attività che saranno portate avanti. 

Qual è il ruolo dell’azienda Rebella in Rubble Plant Garden?

«I partner sono diversi: Confagricoltura Liguria è capofila, ci sono poi il Distretto Agricolo Florovivaistico del Ponente, il Crea OF di Sanremo e il Distav dell’Università di Genova. Noi costituiamo la parte più operativa, dedicata alla messa in campo. Questo è il terzo progetto al quale aderiamo con alcuni dei partner, sempre con il fine di arrivare a un riscontro pratico sulle innovazioni alle quali eventualmente ci porteranno i risultati di progetto. Ci siamo resi disponibili per poter avviare questo piccolo cambiamento». 

Il progetto si propone di sperimentare diversi substrati composti anche con materiale di scarto dell’edilizia. Come sarete coinvolti? 

«Lo scopo è trovare un terriccio eco-compatibile che permetta un’economia circolare degli scarti edili, che non sono solo scarti, ma rifiuti speciali. Il tutto per dare nuova vita a questi inerti e provare a ridurre l’uso di alcuni prodotti come la torba, che hanno un impatto ambientale alto. L’idea è di provare a sostituirla con qualcosa che andrebbe buttato e smaltito, per evitare l’impiego di ulteriori risorse. Noi metteremo in campo ciò che eventualmente  verrà fuori da questa attività. Ma siccome il progetto durerà solo 24 mesi e alcune piante hanno un ciclo di vita più lungo, per poter vedere qualche risultato in più inizieremo anche noi, oltre al Crea, una parte più sperimentale che prevede l’uso di terricci composti da differenti parti di inerti dell’edilizia».

Come sarà organizzata la vostra attività? 

«Insieme al Crea utilizzeremo substrati composti da diverse percentuali di terriccio da coltivazione “classico” e scarti edili, a dosaggi differenti. Studieremo la reazione delle piante, la loro crescita su questi substrati. Nella prima parte del progetto le piante saranno fatte crescere, e poi saranno misurati più parametri e fattori. Noi ci limiteremo all’analisi della parte “aerea”, quindi stato delle foglie, periodo di fioritura, misura…»

Che piante saranno? 

«Sono piante considerate rustiche che vorremmo poi proporre anche per i dry garden: la clientela ha attenzione sempre maggiore al tema del clima, cerchiamo quindi di trovare piante che abbiamo buona resa in vaso o in giardino senza però grosso impiego di acqua, fertilizzanti o trattamenti fitosanitari. Le piante individuate sono tutte autoctone della Liguria, crescono in ambienti già rustici e luoghi sassosi, oppure sono allofite e vivono in terreni salati, sulle spiagge. Abbiamo selezionato il papavero di mare, il Glaucium flavum, già coltivato per il progetto PSAMMbeach e apprezzato dai clienti. Poi ci sarà il rosmarino officinalis e stiamo decidendo se occuparci del finocchio di mare, Crithmum maritimum. C’è anche l’ipotesi di iniziare con le piante che coltiviamo abitualmente, le stagionali, provando il terriccio del progetto così da espandere la selezione e mettere alla prova altre coltivazioni». 

Come avverrà la coltivazione sperimentale? 

«L’idea è di mettere le piante in pieno campo, non in serra, riducendo al minimo l’irrigazione per avere già in questa fase una diminuzione dei costi sull’acqua. Sono piante che non hanno bisogno di particolari concimazioni e trattamenti fitosanitari, tendono a non essere attaccate dai comuni parassiti e non hanno bisogno di attenzioni particolari. È un altro aspetto importante: riduciamo anche dal punto di vista ambientale l’impatto di queste coltivazioni. Queste piante non hanno un mercato diffuso in Liguria, dove la floricoltura è un mercato importante ma non diversificato. Introdurre specie autoctone, del nostro patrimonio botanico, ci sembrava interessante per ampliare la proposta senza tuttavia scegliere piante esotiche che sono sì impiegate nei garden, ma hanno un potenziale di invasività notevole». 

È questa la direzione a cui guardare per il futuro? 

«Probabilmente sarà inevitabile. Lo vediamo in azienda: proponiamo una buona varietà di specie e negli ultimi anni, soprattutto in primavera, al momento di riorganizzare i giardini e i balconi, chi viene da noi chiede espressamente piante che resistano a condizioni ormai diffuse di grande caldo e poca acqua. A volte sono persone con case che hanno affaccio diretto sulla spiaggia: anche l’aerosol incide. In questo progetto ci concentriamo principalmente sul terriccio, ci piacerebbe trovare una composizione che vada bene per le piante più rustiche, che ben si adattano a condizioni di stress, ma sarebbe anche bello in seguito arrivare a un terriccio adatto per primula, geranio, surfinia, insomma per piante un po’ più comuni che sono coltivate anche nella piana di Albenga. Se potessimo trovare un substrato che sostiene l’economia circolare riducendo l’impatto, sarebbe un risultato grande». 

A che punto è il progetto ora? 

«Stiamo facendo arrivare gli inerti, non una cosa semplice perché occorre una certificazione particolare per poterli utilizzare: devono essere analizzati e un’attestazione deve certificare l’assenza di metalli pesanti o amianto. I materiali edili da usare in agricoltura devono essere assolutamente privi di tutte le sostanze pericolose o dannose. Il reperimento degli scarti edili inoltre è un po’ macchinoso: non sono sempre uguali, a volte sono il risultato di una demolizione di appartamento, a volte del rifacimento di un ponte, dobbiamo capire il modo in cui avere il materiale più uniforme possibile per garantire la ripetibilità della coltivazione».

E i prossimi step? 

«Quest’inverno, e fino alla primavera, il programma prevede la coltivazione sperimentale. Una volta arrivati i materiali partiremo con le coltivazioni in parallelo qui e al Crea di Sanremo. Dovremmo poi arrivare alla primavera con i primi dati di analisi dei terricci, o un primo monitoraggio delle piante. Da qui entreremo in gioco ampliando un po’ la quantità e qualità delle piante selezionate. Abbiamo previsto anche una coltivazione in terriccio standard tradizionale, in modo da valutare le differenze con il raffronto di una coltivazione campione». 

Intervista di Alessandra Chiappori.

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