La piccola azienda familiare di Indro Biancheri si trova a Ventimiglia ed è in attività dal periodo d’oro della floricoltura di questa zona di Riviera: gli anni Cinquanta che hanno segnato l’avvio di tante aziende del settore. La particolarità di questa impresa sono i papaveri, alla cui coltivazione ci si dedica da fine anni Ottanta. Abbiamo fatto qualche chiacchiera con il proprietario, che ha ceduto il “comando” alla figlia ma resta attivissimo in azienda.
Quando nasce la vostra realtà?
«L’azienda è sempre stata di mia mamma, che coltivava garofani, ma ancora prima era partita con mia nonna, e qui parliamo della storia, siamo negli anni Cinquanta, nel dopoguerra e forse anche prima. Io sono subentrato dopo, mi sono iscritto ai coltivatori nel 1986».
E poi?
«In quegli anni avevamo le rose, le ginestre, e poi piano piano la situazione è cambiata. Seguendo dei corsi per giovani coltivatori eravamo stati messi davanti alla situazione mondiale, con nuove piantagioni, paesi che entravano nel mondo floricolo. All’epoca c’era il Marocco per esempio. Siccome lavoravamo principalmente con le rose, prevedendo una futura concorrenza abbiamo provato a introdurre un po’ di mazzeria».

Quale è la stata la scelta?
«Parlando con una famiglia che aveva già iniziato con questi fiori ho pensato ai papaveri, e così ho cominciato. È un fiore che già qualcuno teneva dalla fine degli anni Cinquanta, ma ancora in pochi. Così ho provato, e mi sono trovato bene».
Cosa è stato dell’azienda?
«Nel giro di qualche anno ho ridimensionato l’azienda trasformandola tutta in papaveri. Facciamo anche un po’ di Gomphocarpus fruticosus, o Asclepia fruticosa, è una fronda verde, e poi ho due serre di ranuncoli, di quelli grossi, che vanno meglio qui che in terra. Siamo io e mia figlia, con un operario che prendo stagionalmente nei periodo di maggior lavoro».
Come funziona il ciclo dei papaveri?
«Il periodo più intenso per i papaveri va febbraio ad aprile, cominciamo però dai primi di dicembre, a volte anche metà novembre, e si va fino a fine maggio. Ora si prepara il terreno, si disinfetta, e si inizia a fare del fuori suolo, che ha una lavorazione diversa e si può gestire anche senza troppa fatica».
Che mercato avete?
«Vendiamo un po’ ovunque, ai grossisti ma anche direttamente a una ditta olandese con cui ho un canale diretto, loro pagano il trasporto e io imballo. Altrimenti i fiori finiscono in Francia, Germania, Svizzera, in Olanda e Belgio così come, adesso, anche a Dubai, negli Stati Uniti o in Cina. Orami da tutte le parti, al di là dei problemi geopolitici attuali che determinano periodi in cui alcuni paesi comprano un po’ meno».
Ci sono state difficoltà ultimamente?
«Qui in zona siamo fortunati, c’è il fiume e mediamente abbiamo sempre acqua, anche nei momenti passati in cui c’è stata crisi».
Cosa le piace raccontare dei suoi papaveri?
«Io faccio un prodotto di qualità, non di quantità. Ibrido e seleziono le piante, in particolare per quanto riguarda i colori da qualche anno sto cercando di fare un rosso, perché il colore dei papaveri non è proprio rosso come il papavero di campo, resta un po’ aranciato: ci sto lavorando da un po’ e spero di riuscirci. Qualche altro colore sono riuscito a ottenerlo: un malva per esempio, mentre ora va molto il bianco e anche quello, selezionandolo, riesco ad averlo in quantità maggiore».
Cosa c’è nel futuro?
«Non sono sicuro che ci potrà essere continuità dell’azienda con mia figlia: la manodopera costa e incide troppo nel settore, anche se si è costretti a utilizzarla. Non raccogliamo i fiori già allargati, ma chiusi, perché il petalo è molto delicato e si evita di rovinarli: il fiore infatti va raccolto un giorno sì e uno no».
Articolo di Alessandra Chiappori.





