Anno di fondazione: 1831. L’azienda Allavena di Bordighera è una realtà storica che da quasi due secoli racconta il territorio della Riviera evolvendosi e affrontando nuove sfide. Specializzata in cactacee e succulente, si è contraddistinta nel tempo per la quantità delle specie e per le costanti innovazioni, diversificando l’attività e abbracciando la progettazioni di giardini e non solo. Abbiamo chiacchierato con Federico Allavena, ottava generazione di una famiglia profondamente legata al territorio, per farci raccontare storie e sguardi verso il futuro.

Quale è la storia di questa azienda?
«Siamo nati nel 1831 in Arziglia, otto generazioni fa. L’azienda è stata formata qui e inizialmente si occupava di colture tipiche locali di quella nota come Riviera degli agrumi. Poi ci siamo spostati su varietà di palme, e così succulente ed esotiche».
E avete mantenuto queste varietà fino a oggi
«Per quanto riguarda le palme, fino agli anni Ottanta abbiamo venduto direttamente al Vaticano i parmureli per le festività pasquali, ma oltre alla produzione e al commercio in tutta Europa ci siamo poi dedicati anche al paesaggio, inaugurando una parte dell’azienda dedicata a spazi esterni, giardini e forniture pubbliche. Questa soluzione ci ha dato, e ci dà ancora oggi, maggiore risalto rispetto alla pura vendita».
Di che cosa si tratta nello specifico?
«Progettiamo giardini privati e aree pubbliche, in Italia e Francia. L’esperienza ci ha permesso di affinare le tecniche grazie al confronto con importanti architetti e paesaggisti, ed è valso anche per la produzione. Abbiamo dato un senso tecnico a ogni tipo di pianta, per valorizzarla al meglio. Pur andando verso il mondo di servizi, abbiamo mantenuto tutti i vivai e la produzione, e continuiamo a innovare. Per esempio, abbiamo aperto di recente un vivaio dedicato alla vendita a Ventimiglia, aperto al pubblico».
Sono aumentate le piante?
«Sono aumentate le varietà, ma diminuite le quantità per favorire maggiormente la vendita diretta ai privati. Sarebbe inutile farne tante, senza poi avere grandi margini. In passato siamo arrivati a tre milioni di piante l’anno, ma lo scopo non è arrivare a questi numeri. Rivolgerci al cliente con il commercio diretto ci aiuta».
Riuscite a coinvolgere anche l’estero?
«Il settore è localizzato, arriviamo in Francia, nel Principato, abbiamo avuto commesse dall’est Europa quando ancora la situazione geopolitica consentiva di raggiungere quei luoghi con semplicità. Resta una nicchia che andrebbe sviluppata meglio».
Come affrontate la sfida climatica?
«Ci sono molte variazioni, ma ci sta dando opportunità maggiori anche nei giardini. Siccome la tendenza del decennio climatico sarà di avere meno acqua a disposizione, abbiamo sviluppato una tipologia di giardino a manutenzione zero, per privati e per verde pubblico. Vengono usate le nostre piante, già adatte a questo clima, quindi più facili da mantenere con meno fitofarmaci, meno manutenzione e meno spreco idrico. Alcune, addirittura, senza impianti di irrigazione. Per questa idea abbiamo anche ricevuto un riconoscimento dal Masaf, siamo stati tra i dieci premiati a livello nazionale per innovazioni in agricoltura».

Qual è il legame dell’azienda con il territorio?
«Abbiamo anche delle campagne sul beodo, nel palmeto di Bordighera. Sono 2500 metri quadri, ma vogliamo sfruttarla mantenendola viva e ricreando l’ambiente originale che c’era tra Ottocento e inizio Novecento, che ha fatto innamorare Monet e tanti altri artisti, soprattutto impressionisti. Abbiamo la passione del territorio perché ci sentiamo custodi del territorio. Adesso si parla di rapporti win-win: ecco, il nostro è continuare a vivere di agricoltura rispettando, mantenendo se possibile e addirittura migliorando l’ambiente dove lavoriamo. Le nostre campagne sono state per un centinaio di anni le fabbriche più grandi della Riviera dei fiori».
C’è una pianta a cui è più affezionato?
«Ce ne sono due, anche se sarebbero molte di più per aspetti negativi o positivi, per il legame con la famiglia… Due su tutte, la palma da dattero di Bordighera che cerchiamo in tutti i modi di salvaguardare anche partecipando a progetti. E poi l’aloe, una pianta che per il settore della nutraceutica e della farmaceutica va molto bene. Ma la nostra aloe non è quella più nota, è l’Aloe arborescens, considerata ormai locale, e ha molto più principio attivo utile a purificare l’organismo. All’aloe quest’anno abbiamo dedicato un cocktail grazie all’opportunità che abbiamo avuto attraverso Coldiretti di passare in Rai. Mi sono inventato un cocktail all’aloe detox, con poco alcol e i benefici dell’aloe».
Che cosa c’è nel futuro dell’azienda?
«Guardiamo intanto a mantenere il presidio, cioè migliorare gradualmente, con i giusti passi, e sviluppare l’azienda dal punto di vista della multifunzionalità. Per esempio se abbiamo un rustico lo rimettiamo a posto facendone un agriturismo, per soggiornare in una vecchia casa patronale, così da cercare di mantenere vivo ogni aspetto della nostra realtà, che è spezzettata come tante altre aziende. Investiremo nell’agriturismo, nella conoscenza delle nostre coltivazioni e tradizioni. E perché no nella nutraceutica e negli stili di vita sani, che sono un po’ l’obiettivo del mondo occidentale oggi».
Intervista di Alessandra Chiappori.





