Un substrato eco-compatibile ottenuto dal trattamento degli inerti del settore edile: è l’idea al centro del progetto Rubble Plant Garden (RPG), cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Complemento regionale di Sviluppo Rurale 2023/2027 della Regione Liguria.

Al progetto lavorano Confagricoltura Liguria, CREA – Centro di ricerca Orticoltura e Florovivaismo, Distretto Agricolo Florovivaistico del Ponente, Azienda Agricola Rebella e il Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova, che si occupa specificamente della selezione botanica, forte delle competenze sulle specie vegetali autoctone del Mediterraneo in grado di colonizzare ambienti estremi.

Per capire quali tipologie di piante coinvolge il progetto e quali interazioni hanno con il substrato particolare, abbiamo intervistato Luigi Minuto, coordinatore di Rubble Plant Garden per il Distav

Quali sono le tempistiche di Rubble Plant Garden per quanto riguarda il vostro lavoro? 

«Rubble plant garden è avviato da giugno 206 e durerà due anni». 

Il Distav si occuperà in particolare di specie a basso consumo idrico… 

«Sì, faremo una selezione: la nostra ricerca si basa sulla conoscenza che abbiamo della flora – soprattutto ligure e del Mediterraneo – e di quelle specie che vivono in condizioni definite ruderali, che non hanno cioè altro che l’acqua che piove dal cielo, in terreni molto drenati, quindi abituate e viere in condizioni di aridità molto marcata».

Quali sono i criteri con cui sono state individuate le specie? 

«Sono piante appartenenti alla fascia costiera, per quanto riguarda la loro fisiologia di base. Quello che cercheremo di individuare gradualmente, facendo prove di comportamento, è l’aspetto estetico che riguarda anche la loro gradevolezza, in ottica di futura commercializzazione. Cercheremo di puntare su piante erbacee e cespugliose con cui creare bordure, o piante decorative a gruppi»

L’area geografica, invece, quale sarà?

«Per il progetto cercheremo sempre di partire da materiale che sia originale della Liguria. Almeno in questa fase, vorremmo produrre del materiale genetico che sia di origine autoctona, considerato che  potrà poi essere smerciabile ed entrare quindi nella linea di produzione e di vendita». 

Come si concretizzerà la collaborazione con il CREA-OF?

«Dopo la selezione delle piante ci sarà una fase di attecchimento. La radicazione avviene su un substrato neutro: in questo momento lo stiamo facendo con piccoli cespugli di rosmarino. Solo dopo l’ambientamento andremo a testare queste piante su gradazioni e miscele differenti di nuovi suoli che avranno una base neutra classica da sommare ai calcinacci. Naturalmente non sarà materiale da cantiere, sarà raccolto da un’azienda che si occupa dello smaltimento setacciandolo e testandolo chimicamente. In vivaio non entrerà materiale ignoto». 

Con quali piante avrete a che fare? 

«Rosmarino, finocchio di mare, papavero giallo… Ne abbiamo identificato un certo numero perché sono quelle su cui abbiamo un certo grado di tranquillità per esperienze precedenti svolte nel progetto PSAMMbeach che promuoveva le piante cosiddette “da spiaggia” come alternativa alla decorazione dei giardini costieri. Ne testeremo altre, saranno selezionate nel tempo». 

Il cambiamento climatico e la siccità che questo comporta sono all’ordine del giorno: il progetto guarda anche a questo contesto? 

«La prospettiva è sempre quella di fare un uso consapevole delle risorse: adatteremo delle piante a terreni di bassa qualità, ma si tratta anche di diffondere una cultura con vivaisti e progettisti di giardini, per far sì che usino piante che hanno una necessità ridotta di acqua e quindi di energia. È un vantaggio certamente, ma anche un’ambizione del progetto».  

Sono linee di ricerca che proseguiranno anche in futuro per il Distav? 

«La ricerca punta di per sé verso l’ignoto, ma effettivamente se questi primi elementi dovessero generare esiti positivi, ci si potrà allargare ad altre situazioni. Nulla vieta di arrivare in futuro a una specializzazione nella gestione del materiale direttamente in cantiere edile, usando gli scarti di lavorazione e riadattando il cantiere in loco, direttamente con la messa a dimora delle piante per quel tipo di situazione. Parliamo di un contesto estremo, per il quale sarà necessaria ricerca anche sulla natura e le caratteristiche del substrato: non sappiamo fino a che punto potremo spingerci». 

Quando arriveranno i primi risultati da Rubble Plant Garden? 

«Le prime prove inizieranno in autunno, in questo momento stiamo raccogliendo materiale vivo in campo, per farlo poi radicare. Dopodiché avremo il materiale idoneo, certificato, e passeremo alle prime prove, quindi con l’inizio del 2027 potremo avere anche le prime indicazioni». 

Intervista di Alessandra Chiappori.

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