Il Vivaio Rebella di Quiliano ha una storia lunga quasi un secolo, un tempo in cui ha cambiato più volte fisionomia, raccontando di generazione in generazione la storia di una famiglia ma anche la storia di un territorio e dei suoi cambiamenti. Abbiamo parlato con Vincenzo Rebella, che porta il nome del nonno fondatore dell’azienda.

Quando nasce il Vivaio Rebella?

«Il primo nucleo dell’azienda risale agli anni ’30 del secolo scorso: la prima licenza vivaistica era intestata a mio nonno, Vincenzo Rebella, ed è del 1937, segna un po’ l’inizio dell’attività che è andata avanti negli anni in base alle esigenze. È variata dall’orticoltura alla frutticoltura, soprattutto negli anni della guerra, tra i Trenta e i Quaranta, e poi dopo, dagli anni Cinquanta ai Settanta, l’attività principale è diventata la produzione di ortaggi e frutta. La frutta era prodotta e riprodotta per innesto, con giovani piante a servizio anche degli altri produttori della zona e per frutta e verdura da vendere all’ingrosso».

E poi cosa è cambiato?

«Sono variate le esigenze, le richieste del mercato, ed è arrivata nella nostra zona, nella rada di Vado e di conseguenza a Quiliano e Valleggia, l’industrializzazione, che ha portato via spazi votati all’agricoltura».

Come ha reagito l’azienda?

«Le dimensioni si sono necessariamente ristrette per via della costruzione della centrale termoelettrica di Vado ligure, del deposito costiero, dell’autostrada e della ferrovia. Un’aggressione da ogni lato: buona parte dei terreni è stata assorbita. Il nonno però era lungimirante, non si è arreso e insieme ai figli – nel frattempo era arrivata la seconda generazione – ha virato l’attività verso la floricoltura, specializzandosi tra fine anni Sessanta e l’inizio dei Settanta nella produzione di orchidee».

Come mai le orchidee?

«All’epoca era una coltivazione di nicchia ma molto richiesta e pregiata. Così sono state costruite le prime serre in vetro e ferro ed è stata ridotta la produzione di frutta e ortaggi per queste coltivazioni un po’ più intensive che richiedevano minori superfici ma erano ad alto valore».

Gli anni Ottanta?

«C’è stato un altro cambiamento: a questo punto erano ormai gli zii al timone dell’azienda e hanno iniziato anche un’attività di realizzazione giardini e manutenzione aree verdi, vista la richiesta del mercato di attività di giardinaggio e allestimento giardini. Le zone qui intorno erano diventate a vocazione turistica. L’attività è stata nuovamente differenziata e ancora oggi prosegue su queste due strade: un’azienda agricola che si occupa prevalentemente di coltivazione, in parte di orchidee e di piante da interno, e poi l’attività legata al giardinaggio, nel frattempo cresciuta e ampliata tanto da includere anche la manutenzione di aree verdi comunali e la gestione di giardini pubblici e aree industriali».

Oltre alle orchidee, di quali piante vi occupate?

«Principalmente piante in piena aria da giardino: rose, cespugli, una parte di frutta rivolta però solo alla vendita nel nostro punto qui in sede, aperto a fine anni Ottanta. Cerchiamo in buona parte di produrre piante da interno, e stagionali».

Quale è il vostro mercato?

«Con la produzione di piante ci rivolgiamo principalmente al mercato locale: non abbiamo più le superfici e i numeri per rivolgerci a un mercato internazionale».

Che stagionalità segue la vostra azienda?

«Le coltivazioni si compensano dandoci una copertura distribuita su tutto l’anno: l’orchidea ha il maggior picco di produzione per Natale, da fine novembre fino a marzo o aprile, in base alla stagione. Poi la pianta va a riposo, per l’anno successivo. Nel frattempo entrano altre piante stagionali primaverili ed estive, così da lavorare a ciclo continuo».

Il cambiamento climatico sta influenzando l’attività?

«Indubbiamente. Se da un lato siamo passati a inverni più miti che per la nostra coltivazione di orchidee ci consentono di contenere un po’ i costi di riscaldamento, per contro abbiamo delle estati talmente torride che anche le piante da esterno, che in teoria non dovrebbero soffrire, danno segni di cedimento. Quando si arriva vicini ai 40 gradi con umidità eccessiva, anche le piante più resistenti patiscono».

C’è qualche orchidea a cui è più affezionato?

«Siamo partiti con il Cypripedium, all’epoca una varietà molto ricercata anche se ora non è quasi più considerata e l’abbiamo pressoché abbandonata, rimane il primo il primo ricordo, l’inizio di tutto. Siamo poi passati al Cymbidium, più adatto come pianta ornamentale o pianta fiorita, che si vende in vaso e ha una fioritura più abbondante, è più richiesta dal pubblico. Tutti i colori vengono apprezzati, in particolare bianco, rosa, giallo, verde, tradizionali, e poi i più particolari come gli arancioni, i ruggine, i bordeaux. L’assortimento è vario».

Come guardate al futuro?

«Abbiamo fatto un passo importante nel 2011 quando abbiamo avviato i pannelli fotovoltaici che ci hanno aiutato a ridurre i costi energetici: è stata questa l’ultima evoluzione importante, un investimento non indifferente. Ora ci stiamo dedicando al sistema di riscaldamento che vorremmo rendere più efficiente, anche per stare al passo. Ma non è facile perché gli investimenti sono costosissimi e i contributi rari».

Innovazioni che guardano anche alla sostenibilità

«Lo abbiamo fatto proprio per avere una maggior disponibilità di energia elettrica che in parte utilizziamo anche per il riscaldamento delle serre, oltre che per l’illuminazione e tutte le altre attrezzature dell’azienda».

In questi anni avete collaborato con il Distretto Florovivaistico

«Sì, abbiamo fatto Borghi in fiore, e quest’anno abbiamo vinto con Millesimo, poi Euroflora, dove abbiamo fornito l’ulivo che ha vinto il secondo premio. Abbiamo anche partecipato a progetti tra cui PSAMMbeach, in collaborazione con Confagricoltura Liguria, il CREA di Sanremo, e il Distav dell’Università di Genova, per il recupero di piante autoctone e psammofile, cioè che hanno una forte resistenza sui litorali e nei terreni sabbiosi dove, a causa dell’antropizzazione, sono praticamente sparite. Abbiamo partecipato al progetto di reinserimento rimettendo queste piante in coltivazione per poi utilizzarle per ripristini ambientali o ripascimenti sulle spiagge».

Intervista di Alessandra Chiappori.

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