Economia circolare e adattamento ai cambiamenti climatici: sono queste le prospettive alle quali guarda il progetto Rubble Plant Garden, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Complemento regionale di Sviluppo Rurale 2023/2027 della Regione Liguria. Il progetto, che vede affiancati Confagricoltura Liguria, CREA – Centro di ricerca Orticoltura e Florovivaismo, Distretto Agricolo Florovivaistico del Ponente, Università di Genova – DISTAV e Azienda Agricola Rebella, sperimenta l’uso di una linea di terriccio ecocompatibile ottenuto dal riciclo e trattamento di inerti che derivano dal settore edile. Un substrato innovativo, utilizzato per la coltivazione di specie autoctone sulle quali siamo entrati nel dettaglio con Andrea Volante del Crea OF. 

Il progetto è stato avviato da poco: quali attività sono partite al Crea? 

«Abbiamo iniziato con la progettazione degli esperimenti e definito insieme ai partner le specie su cui lavorare. Sono specie cosiddette rustiche: dalle nostre esperienze sono quelle più resistenti anche a condizioni ambientali avverse. Ne abbiamo definite diverse, e abbiamo al contempo strutturato il modo in cui procedere». 

Cosa accadrà quindi ora?

«Useremo dei substrati di coltivazione, dei terricci tradizionali addizionati però con scarti di lavorazioni dell’edilizia, in concentrazioni diverse, in modo da provare che cosa succederà in condizioni differenti. Si tratta di una prova sperimentale, con ripetizioni e disposizione dei trattamenti per avere una condizione sperimentale che risulti statisticamente corretta. Coltiveremo le piante e valuteremo per ogni specie qual è il substrato che dà risultati migliori». 

Quali sono le caratteristiche delle piante “rustiche”? 

«Il progetto si lega al tema del giardinaggio sostenibile e ricerca quindi specie e condizioni di coltivazione che permettano un giardinaggio con meno richieste di acqua e con risposte al cambiamento climatico, alle temperature sempre più elevate e alla disponibilità di acqua sempre minore. In alcuni casi parliamo anche di acque dolci sempre più salinizzate per l’abbassamento delle falde, specie nelle zone costiere. Abbiamo quindi cercato piante che, per l’ambiente naturale in cui si sono evolute, presentino adattamenti a condizioni sfavorevoli e quindi abbiano maggiori probabilità di rispondere positivamente ai mutamenti climatici. Devono avere anche un valore estetico, essere piante “belle”». 

Di che piante si tratta? 

«Alcune sono comuni come il rosmarino, poi abbiamo specie di ambiente costiero come quello detto giglio delle sabbie, il Pancratium maritimum, altre meno note ma che si vedono abitualmente nelle zone costiere, come il Crithmum maritimum, il finocchio di mare. Ancora l’asfodelo, pianta bulbosa che cresce in zona costiera. Considereremo poi eventualmente altre specie». 

A cosa porterà questa parte sperimentale?

«Per valutare il comportamento delle specie e definire qual è il substrato migliore per ogni pianta faremo delle prove.  In campo valuteremo parametri come per esempio la crescita di queste piante e la loro bellezza, quanto riescono ad arrivare a fioritura, la crescita, quanto rimangono in salute o se presentano sintomi di sofferenza come l’ingiallimento. Lo faremo anche misurando il peso finale delle piante. Faremo poi analisi di laboratorio, con estratti delle foglie per esempio, in cui valutare parametri come il contenuto di clorofilla e di polifenoli che raccontano la salute della pianta, quanto è stressata. Faremo anche analisi in microscopia, in cui andremo a vedere come le strutture anatomiche della pianta reagiscono ai diversi trattamenti». 

Ci sarà la possibilità di applicare questa metodologia ad altre piante? 

«L’idea è iniziare a lavorare sulle piante citate, eventualmente poi testare in parallelo piante più tradizionali, estendendo per esempio alla lavanda, ma non è ancora stato definito nulla. Una parte del progetto consiste nel valutare la produzione a livello commerciale, avviando una filiera per lo sfruttamento dei materiali inerti». 

Le piante coinvolte nel progetto hanno molte caratteristiche in comune con quelle del precedente progetto PSAM beach

«Sì: da una parte c’è la ricerca di specie resistenti e adatte a un giardinaggio sostenibile, dall’altra la ricerca di tecniche che permettano di coltivare in maniera più sostenibile piante già note. Rubble Plant garden rientra nel tema delle metodiche innovative da testare su piante resistenti, estendendo poi eventualmente a specie più tradizionali. PSAM beach rientrava nella ricerca di nuove specie e materiali vegetali più sostenibili».

Quali sono le tempistiche del progetto? 

«Verosimilmente le prove inizieranno l’anno prossimo. Oltre ai tempi tecnici dobbiamo considerare anche la stagionalità delle piante. Per ora ci portiamo avanti definendo il disegno sperimentale». 

Come sono distribuiti i compiti tra i vari partner? 

«Al Crea seguiremo l’allestimento della prova e ci occuperemo delle analisi una volta in corso d’opera la sperimentazione, con le valutazioni sulle piante. L’Università di Genova si occuperà del reperimento del materiale vegetale: le specie sono definite prevalentemente con loro. Il vivaio Rebella seguirà l’aspetto più commerciale e imprenditoriale, valutando la creazione di linee commerciali, mentre al Distretto Florovivaistico spetta la parte di divulgazione». 

Intervista a cura di Alessandra Chiappori.

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