Enrico è sinonimo di orchidee Made in Italy dal 1977: della storia di questa azienda di Albenga, specializzata in orchidee, abbiamo chiacchierato con il fondatore, Vincenzo Enrico, tra difficoltà e una grande passione che lo ha accompagnato da tutta la vita, intrecciando fiori e vicende familiari.

Quando inizia la storia della vostra azienda?
«Ai primi del Novecento iniziò mio nonno, poi mio papà, il cui lavoro fu avveniristico: nel 1948 fu uno dei primi a mettere le rose, tra cui la Gloria di Roma. Ma nel 1951 uscì la Baccarà: la Gloria di Roma era profumatissima, ma con pochi petali e non ebbe più mercato per via della Baccarà. Decise quindi di togliere tutto e nel 1952, quando sono nato io, iniziò con le strelitzie e con una parte di orticoltura: asparagi, peperoni, zucchine, tutte primizie».
E poi un altro cambiamento dagli anni ’50…
«Ero andato in gita di terza media a Sant’Ilario, sopra Genova. Lì ho visto le prime orchidee, non sapevo nemmeno come fossero fatte. Mi sono innamorato. Ho comprato le prime dieci piante in America, nel 1966 circa. Cymbidium e Cypripedium paphiopedilum ibrido. A Genova c’erano tanti coltivatori di queste varietà, oggi è saltato il mercato e non si trova più nessuno».
Le orchidee sono diventate protagoniste quindi?
«Ho iniziato a ingrandirmi con le orchidee, fino ad arrivare agli anni Ottanta. Ho preso la direzione dell’azienda e solo due anni dopo abbiamo avuto una terribile grandine e tutto distrutto. Avevo 27 anni, dopo la scuola professionale a Sant’Ilario ero diventato perito agrario a Firenze: è stato lì che ho conosciuto mia moglie Marisa, la prima perito agrario donna d’Italia. Ci siamo sposati nel 1977 e nel 1980 tutto distrutto. All’epoca furono centinaia di milioni di danni».

Dove avete trovato la forza per reagire?
«Nel 1979 era nato mio figlio, ci ha dato la forza per continuare. E poi avevamo una passione in comune per le orchidee. Ho iniziato anno dopo anno ad aumentarle, diminuendo le strelitzie. Siamo stati tra i primi qui a mettere delle margherite, quando non c’era ancora nessuno: le strelitzie erano tutte distrutte dai vetri dopo la grandinata».
Oggi come descrive la sua azienda?
«Oggi abbiamo oltre novemila metri tutti a orchidee di 5 o 6 tipi: la nostra punta di diamante è sempre la Cymbidium, poi Phalaenopsis, Cambria, Miltoniopsis, Cypripedium che però non ha più vendita su fiore reciso, un po’ come per la Cymbidium. Una volta di Cymbidium si raccoglievano solo i rami e non si vendevano le piante, ora i negozi tengono le piante di mini Cymbidium, una pezzatura ridotta per il trasporto. E poi ha preso campo la Falenopsis, che è diventato il fiore in vaso più venduto al mondo».
Qual è il vostro mercato?
«Dall’episodio della grandine in poi ci siamo inventati un piccolo punto vendita in azienda, quindi facciamo vendita al minuto. Non siamo grossi, anche se per Albenga novemila metri sono tanti, ma in Olanda questa sarebbe la decima parte di un’azienda! Noi vendiamo soprattutto ai negozi e ai garden. Facciamo un po’ di commercio all’ingrosso, ma ridotto, nell’area ligure e in basso Piemonte e Lombardia, anche in Toscana».

È un lavoro che presenta molte difficoltà…
«Non è un mestiere facile. Non ci sono tempi brevi: una margherita la si pianta ora e dopo sei mesi c’è, qui la coltivazione come minimo è di due anni, o più, e dobbiamo sempre avere le piante pronte da vendere, quelle che fioriranno l’anno prossimo, tra due anni, in serra. Vanno cresciute e tenute. Poi sono aumentati i costi di trasporto, dal Piemonte arrivare qui è diventato problematico, e c’è tanta concorrenza ora».
Ci sono periodi più impegnativi?
«Abbiamo un periodo di fioritura in estate, ma a parte per la Falenopsis programmiamo. Diciamo che il periodo più intenso è da Natale a maggio. Ora stiamo finendo la coltivazione e sto tenendo con i denti le piante per Euroflora. In base alla stagione, normalmente finiamo tra aprile e maggio con il Cymbidium. Cerchiamo come sempre di seguire le festività, ma difficilmente si arriva alla Festa della Mamma con grosse produzioni. È cambiata anche la temperatura…»
Il cambiamento climatico sta influenzando l’attività?
«Comincia a impattare, soprattutto sul Cymbidium, che genera il fiore sentendo proprio la diversità di temperatura tra giorno e notte. Quest’anno per esempio ha fatto sempre molto caldo, anche se abbiamo gli impianti per rinfrescare, ma non sono bastati, abbiamo avuto un calo di produzione notevole perché faceva troppo caldo. La speranza è che in futuro non vengano più estati così perché potrebbe diventare un grosso problema, non riuscendo a rinfrescare. L’ideale sono piante della bassa Himalaya, dove ci sono giornate calde e notti fresche, ma in Liguria è improponibile: quest’anno era sempre 35 gradi dentro e fuori».
C’è un’orchidea a cui è particolarmente affezionato?
«Il Cymbidium è sempre stato il mio primo amore e continua a esserlo nel tempo. Una volta era fiore reciso, oggi è una pianta fiorita in vaso. Abbiamo aggiunto anche Cambria e Miltonia, ma sono piccole cose, un servizio che offriamo per avere tre o quattro generi di orchidee prodotte in Italia».
























Articolo di Alessandra Chiappori.





