A lungo presidente del Distretto Florovivaistico del Ponente, Luca De Michelis è un imprenditore agricolo che, accanto a importanti cariche istituzionali, mantiene attiva la sua azienda ad Albenga. Una realtà specializzata nella coltivazione della dipladenia. Tra impegno, passioni e criticità del settore, abbiamo fatto due chiacchiere con lui per scoprire meglio la storia di “Prato del vescovo” e guardare alle sfide della floricoltura ligure. 

Quando nasce l’azienda? 

«Nasciamo negli anni ’90, dopo i miei studi. Non arrivo da una famiglia di agricoltori, ma sono sempre stato appassionato di fiori. Sono partito con un’azienda che non aveva praticamente nemmeno un attrezzo e piano piano, in base alle risorse economiche, l’ho costruita più o meno come la volevo». 

Com’è oggi “Prato del vescovo”?

«È praticamente ormai tutta coperta, con serre o tunnel tutti riscaldati e bancali sopraelevati mobili. È un po’ diversa dallo standard di oggi ad Albenga. Ci lavoriamo io e due ragazzi che mi aiutano: siamo tre o quattro, dipende dalla stagionalità». 

Nel tempo l’azienda si è specializzata nella dipladenia…

«Sì, ho pensato di avere un prodotto unico per cercare di standardizzare le operazioni e potermi concentrare su una pianta sola. L’idea era fare una pianta, e cercare di farla al meglio. Avevo iniziato con altre varietà, ma diventava complesso per le esigenze di ciascuna. Così mi sono specializzato: se sia stata una scelta positiva o no non lo so dire, ma siamo stati tra i primi a lavorare sulla dipladenia che oggi ha un successo praticamente europeo, è molto conosciuta e apprezzata. La conseguenza è che oggi ho molta più concorrenza rispetto all’inizio». 

Segno che non tutto resta uguale nel tempo

«Ho visto molti cambiamenti e altri ne vedrò: il vantaggio delle nostre aziende è la versatilità. La storia di Albenga insegna molto in tal senso e sui cambiamenti di produzione, per non parlare di quelli di contesto: abbiamo vissuto un’estate caldissima, dall’anno del Covid ci sono stati cambiamenti epocali, dal rischio di buttar via le piante a vendite straordinarie, da un calo di produzione a un aumento dei costi di produzione sproporzionato, che è poi quello che ci mette in estrema difficoltà oggi. Per ottenere un prodotto che possiamo definire “di nicchia” rispetto agli altri riscaldiamo ancora le serre, attività difficile malgrado le biomasse». 

Da cosa nasce questa difficoltà? 

«I costi energetici restano troppo elevati. È probabile che negli anni proveremo altre piante più adatte anche ai cambiamenti climatici.  La dipladenia non consuma molta acqua, questo potrebbe essere un vantaggio, ma ormai è stato sfruttato da molti. Oggi si potrebbero provare piante più compatibili con il cambiamento climatico e sfruttabili dal consumatore finale». 

C’è attenzione alla sostenibilità in azienda? 

«Da circa 7 anni abbiamo intrapreso un percorso di lotta integrata, anche se non ha portato a un beneficio economico sulla pianta: sul fiore la consapevolezza “bio” del consumatore non è ancora arrivata. Agiamo lavorando tanto con insetti antagonisti. È una scelta di salute generale per noi che ci lavoriamo, ma anche per la comunità. Dovranno gradualmente farla tutti: ci sarà una diminuzione degli agrofarmaci, la direzione è quella e non voglio arrivare impreparato ai cambiamenti. Sugli insetti antagonisti c’è qualche problema burocratico: non tutti quelli usati in Europa sono presenti in Italia, questo è uno svantaggio rispetto all’obiettivo finale di essere sostenibili. Altro  problema, come dicevo, è il riconoscimento economico di questa sostenibilità. I costi di produzione sono aumentati, ma non riusciamo ad aumentare il prezzo di vendita».

Quali altri accorgimenti avete integrato in azienda? 

«Siamo attenti al consumo di acqua e al minore uso di fertilizzanti, per cercare di ottimizzare la produzione: è tutto computerizzato, sia la gestione dell’acqua che quella dei concimi e delle temperature. Riusciamo a fare le miscele necessarie in base alle fasi in cui si trovano le piante». 

Tra difficoltà e sfide, qual è la parte entusiasmante del lavoro? 

«Io continuo a investire nella mia azienda, significa mettere da parte poco, e gli investimenti ora sono più difficili da fare, perché la reddittività scende. Il problema è mantenere l’azienda, in generale, ma investire oggi diventa difficile. Sono tanti gli stimoli: cambiare il sistema di sensoristica, fare bancali nuovi… Questo tiene l’entusiasmo alto». 

Attività in azienda ma anche cariche istituzionali: quale è la visione per il futuro del settore? 

«Quasi 11 anni di Distretto Florovivaistico sono stati un’esperienza fondamentale: è stata la prima carica importante e una parte rimarrà nel mio cuore. Essere presidente regionale di Confagricoltura ma anche della Federazione Nazionale di Prodotto Florovivaismo di Confagricoltura mi porta a vedere tante realtà e conoscere quello che sta succedendo a Bruxelles: è una visione diversa che cerco di trasmettere agli altri, sperando capiscano». 

Che cosa manca al settore? 

«Dovremo cercare di sensibilizzare il consumatore finale che non comprende la qualità dei nostri prodotti, perché quello che c’è dietro non si vede. Non riusciamo bene a raccontare cosa c’è dietro le nostre aziende, nei nostri campi e nelle serre. È una debolezza: spesso siamo additati come i grandi inquinatori, gli sfruttatori della terra, ma non è così. L’agricoltore oggi è un imprenditore a tutti gli effetti, il carico burocratico è impressionante, e coltivare è difficile, non ci si può improvvisare. È un settore estremamente complesso: dai costi di produzione a quello che accade nel mondo. La globalizzazione ci ha portato anche insetti alieni che dobbiamo combattere. È difficile. Sono le sfide da affrontare, ma penso che i floricoltori liguri abbiano le capacità di trasformarsi: all’inizio coltivavamo le pesche, poi i pomodori, poi le margherite, oggi siamo i più grandi produttori di aromatiche in Europa. In questo la mia azienda è decisamente anomala dal momento che fa solo piante fiorite». 

A proposito di piante: la dipladenia che cosa rappresenta? 

«Quando siamo partiti non c’erano le varietà attuali, adesso la ricerca ha fatto passi da gigante e siamo arrivati a nuovi ibridi con una varietà di colori e migliorando i difetti della pianta originale con cui avevo iniziato. Le difficoltà sono state maggiori e la bellezza non era quella di adesso. La prima serra di dipladenia l’ho buttata via, non ero riuscito a farla per mancanza di esperienza: nessuno la coltivava e non padroneggiavo i segreti. Poi ho conosciuto in Francia uno dei più grandi produttori di dipladenia, sono riuscito a comprare le piante da lui ed è nata un’amicizia insieme a uno scambio culturale sui metodi di coltivazione. La dipladenia è la pianta che mi ha fatto crescere. Poi è diventata una pianta famosa, sono arrivate altre produzioni dal sud, dall’estero, e quindi ora sto cercando qualcosa di nuovo. Ma non è facile fare marketing sul consumatore finale: non abbiamo la forza di influenzare il mercato e le piante nuove hanno bisogno di anni per diventare appetibili, per essere capite». 

Intervista di Alessandra Chiappori.

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