Marco Savona è il responsabile di sede del CREA Centro di ricerca Orticoltuta e Florovivaismo di Sanremo che, seguendo la vocazione culturale, storica e l’interesse regionale, si occupa principalmente di progetti legati alla floricoltura, lavorando su specie ornamentali, aromatiche e officinali. Con lui abbiamo approfondito le progettualità parte della storia recente del CREA e quelle in essere che coinvolgono i laboratori della piattaforma tecnologica proprio su queste specie.
Di che cosa si occupa al CREA?

«Oggi sono responsabile di sede, ma nasco ricercatore quindi continuo a portare avanti la passione per la ricerca nonostante i nuovi impegni. La grande sfida è continuare a tenere in piedi i miei progetti di ricerca, le collaborazioni, le attività in laboratorio. Storicamente la mia passione è sempre stata la coltura in vitro, sotto la supervisione di Barbara Ruffoni, all’epoca responsabile dei laboratori di micropropagazione, e dopo aver conseguito il dottorato, ho iniziato a collaborare come borsista, assegnista, ricercatore a tempo determinato, finché non ho vinto un concorso nazionale e sono entrato ufficialmente al CREA».
E poi?
«Ho ripreso tutte le mie linee di ricerca principalmente basate sulla coltura in vitro, focalizzandomi sulle ornamentali. I miei studi sono iniziati al Dipartimento di botanica dell’Università di Genova, mi sono laureato con Paola Profumo, già direttrice dei Giardini Botanici Hanbury: c’era allora molto interesse sull’utilizzo della micropropagazione finalizzata alla conservazione della biodiversità vegetale, in particolare di quelle specie tipiche della Liguria e del ponente ligure che necessitano di questo tipo di intervento».
Attualmente ci sono progetti su questo tema?
«Collaboro da tempo con Luigi Minuto sulla conservazione della biodiversità vegetale. I botanici conoscono le specie e le relative minacce, a seguito di un censimento vengono fatte valutazioni e verifiche e da qui possono essere avviati progetti con il CREA, che è in grado di fornire supporto biotecnologico, finalizzato alla conservazione delle specie individuate. Abbiamo lavorato su Campanula sabatia del savonese, si trova anche a Bergeggi o all’isola Gallinara, su Acis nicaeensis, su Gentiana ligustica, in passato con una Primulacea, Primula allionii. Il vantaggio che ha la coltura in vitro, se il protocollo viene messo a punto correttamente, è quello di avere un numero elevato di piante della specie minacciata o a rischio, in breve tempo, sane e in ogni stagione visto che siamo in laboratorio, tutto questo finalizzato a garantire eventuali ripopolamenti in natura».
Quali possono essere i rischi per queste piante?
«Oltre ai patogeni, è facile imputare tanti aspetti legati al rischio al cambiamento climatico, è corretto dirlo. Molto spesso però uno dei motivi per cui una specie risulta minacciata o a rischio di estinzione è da ricercare nelle attività dell’uomo stesso che agisce sul territorio. Caso eclatante fu quando fu costruita la linea ferroviaria costiera Genova-Ventimiglia: allora furono compromesse molte specie che crescono vicino al mare».
Lei si è occupato anche di psammofile e alofile…

«Un altro mio interesse riguarda proprio le specie che normalmente vivono sulla sabbia, vicino al mare. Se queste piante crescono lì, vuol dire che sono resistenti alle temperature elevate e hanno un apparato radicale consono a vivere in substrati sabbiosi, un terreno molto drenato, e poi sono esposte, a radiazioni solari molto intense e alla salinità, che provoca stress. Ma se queste piante continuano a vivere in queste condizioni significa che il loro corredo cromosomico è fatto per resistere alle temperature e alla salinità. Da qui è confluito il progetto PSR Misura 16.1 “PSAMMbeach”, in collaborazione con Confragricoltura, UniGe e un’azienda partner. Spesso queste piante sono anche ornamentali, con fioriture appariscenti; quindi, l’idea era dunque valutare se, contrastando meglio i cambiamenti climatici, potessero avere un interesse vivaistico/commerciale. Ci sono per esempio Pancratium maritimum, Limonium cordatum, Lobularia maritima, il finocchio di mare che è il Crithmum maritimum, tutte specie che vivono bene in condizioni estreme ma hanno potenziale ornamentale. Fuori dal progetto, oggi concluso, abbiamo creato sulla ciclabile a Ospedaletti, con il Sanremo Soroptimist club, un’aiuola dedicata alle psammofile, con pannello esplicativo per fare un po’ di divulgazione su queste specie».
Tra i progetti transfrontalieri quali attualmente sta seguendo?
«Sono responsabile di COrALp, un Interreg-Alcotra iniziato da poco, che ha lo scopo di studiare le piante alimentari e ornamentali della flora spontanea delle Alpi Latine. Il partenariato internazionale vuole individuare specie che abbiano una duplice valenza, alimentare e ornamentale, verificando una serie di parametri utli a capire come intervenire a salvaguardia della biodiversità tra città e montagna. La nostra proposta riguarda la propagazione in vitro per la produzione di materiale sano. Tra i Microprogetti Interreg-Alcotra c’è poi collaborazione con il Conservatoire Méditerranéen Partagé per Fleurstoria dedicato alla valorizzazione dell’agro-biodiversità floricola della Riviera dei Fiori italo-francese. Si è trattato di fare una ricerca sui fiori e piante ornamentali che dalla seconda metà del Novecento oggi erano presenti e sono poi diminuiti, cercando di capire cosa fosse importante commercialmente, anche intervistando produttori per la memoria storica. Il garofano, per esempio, negli anni Sessanta-Settanta era molto forte, anche grazie a ibridatori sul territorio, poi ha avuto un declino e oggi sta tornando. Il progetto studia cosa c’era, cosa è rimasto e cosa no, e se oggi potrebbe avere un potenziale rilancio».

Lavorate anche con le Tea, tecniche di evoluzione assistita
«Nel 2018 l’allora Ministero aveva bandito un progetto importante, Biotech, incaricando il CREA di Sanremo di applicare questa metodologia su alcune specie scelte, in diversi sotto-progetti. Io seguivo l’applicazione delle Tea su basilico, la sperimentazione era finalizzata all’induzione di resistenza a Peronospera belbahrii. Sulla cultivar usata per la produzione del pesto, abbiamo studiato i geni di resistenza e di suscettibilità al patogeno, modulandoli così che Peronospora non attaccasse più. È un’alternativa all’uso di prodotti chimici, un supporto biotecnologico a una problematica seria. Il progetto è arrivato a ottenere linee ancora oggi in valutazione, resistenti a Peronospora».
Si prosegue con questo campo di studi?
«Proprio recentemente, il Masaf ha finanziato un nuovo progetto sempre su questa tematica, al quale abbiamo partecipato vincendo un sotto-progetto, una sorta di Biotech2. È un altro traguardo grande e molto importante del Centro».
Qual è la parte più bella del suo lavoro?
«Chi vuole fare ricerca, di base, deve essere una persona curiosa, porsi delle domande, avere dei dubbi, osservare per vedere innanzitutto se qualcosa non va o va troppo bene. L’occhio deve essere allenato a cogliere dettagli, e di conseguenza ci si pone domande. E poi c’è anche la parte della sfida: se macroscopicamente si osserva una risposta, bisogna vedere e capire anche a livello microscopico perché la pianta ha reagito in quel modo. È la grinta del ricercatore: i risultati possono venire o no, se è no, è comunque un risultato. Anche se sono stati mesi di lavoro, abbiamo provato che in quel modo non va, e se il lavoro è scientificamente supportato, qualcun altro eviterà quella strada, conoscendo già il risultato negativo».
C’è qualche pianta alla quale è particolarmente legato?
«Ne ho studiate tante: oltre al filone delle psammofile c’è una pianta che ho nel cuore da anni, è la prima che ho studiato, ed è stata la protagonista della mia tesi di laurea, è Papaver nudicaule. Da lì è scaturito l’interesse per la micropropagazione e le Papaveraceae, e ne è nato anche un libro non di materia scientifica, dedicato a curiosità sui papaveri nel mondo dell’arte, della letteratura, della musica».
Intervista di Alessandra Chiappori.





