Damiano Penco si occupa di programmazione forestale per la Regione Liguria. Tra le attività più recenti del settore spicca la presentazione del Rapporto sullo stato delle foreste e del settore forestale riferito al 2025, che indica la Liguria come regione più boscosa d’Italia. Un’immagine insolita, spesso non considerata dall’opinione pubblica, ma che porta a riflettere su problematiche e dinamiche caratteristiche del territorio poco note, utili a impostare delle politiche di gestione migliori. Abbiamo cercato di inquadrare lo stato dei boschi liguri insieme a lui. 

In che cosa consiste il suo lavoro? 

«L’ambito di cui mi occupo ha a che vedere con una gran parte del territorio ligure: la Liguria ha una situazione orografica e territoriale complessa. È da sempre noto che creare spazi o attività produttive, o anche abitare, è stato complicato. Per sua natura si tratta di una regione a forte vocazione forestale, con pendenze che hanno reso difficile costruire e coltivare nel corso dei secoli, ma grazie al lavoro clamoroso e incessante delle popolazioni la Liguria è stata resa abitabile e produttiva». 

Oggi queste attività si sono ridotte 

«Venendo meno, infatti, il bosco ha ripreso il sopravvento: oggi il 74% del territorio ligure è coperto da boschi. A fine Ottocento la maggiore presenza antropica diffusa non era concentrata come oggi nei centri urbani e costieri, e infatti la dimensione del patrimonio forestale era decisamente inferiore: su quella superficie si viveva e si cercava di produrre quanto serviva». 

Nel recente Rapporto sulle foreste la Liguria emerge come regione più boscosa d’Italia: un dato che non ci si aspetterebbe

«La Liguria è frequentemente conosciuta e proposta per il mare ma, come dicevo, per sua natura è fortemente caratterizzata dalla presenza dei boschi: farci altro è complicato, è stato così finché c’è stata la necessità e la tenacia per farlo. Oggi la maggior parte delle attività agricole, nonostante le politiche regionali che cercano di promuovere un’inversione di tendenza, si concentra su colture che hanno maggior reddito in rapporto alle superfici investite». 

Che cosa rappresentano queste foreste per il territorio? 

«Nel gergo tecnico e giuridico si parla di patrimonio forestale, ma talvolta siamo portati a pensare che il bosco possa essere un problema, pensiamo agli incendi. I boschi liguri, per quanto molto diversificati, producono genericamente assortimenti che non hanno un particolare valore aggiunto, sono per lo più boschi governati a ceduo, tipicamente usati come legna da ardere o paleria, e non sempre le situazioni territoriali e infrastrutturali consentono utilizzi economicamente remunerativi. Però caratterizzano il territorio: se usciamo dal concetto di produzione possiamo parlare di funzioni territoriali dal punto di vista ricreativo, escursionistico, o per altri servizi ecosistemici». 

Che cosa sono questi servizi?

«Si tratta dei beni e servizi prodotti dalle foreste, ed è il motivo per cui tutti i boschi in Italia sono vincolati, sia sotto il profilo paesaggistico che sotto quello, generalmente, idrogeologico. I boschi svolgono infatti tante funzioni di utilità pubblica: oltre ai servizi di approvvigionamento, come la produzione di legna, funghi, tartufi ed altri prodotti spontanei, sono importanti i servizi di regolazione delle acque, dei suoli, della biodiversità e dell’ossigeno, così come i servizi culturali, compresi quello educativo e addirittura terapeutico…  Sono però per l’82% di proprietà privata, e devono essere gestiti secondo le disposizioni delle leggi e del regolamento regionali, che ne garantiscono la rinnovazione».

Sembra una contraddizione

«Si fa fatica a dare un valore ai servizi ecosistemici: quanto vale il fatto che non frana un versante, o che la foresta stocca milioni di tonnellate di anidride carbonica? Anche definendo un valore, non c’è ancora un adeguato mercato: il paradosso è che potenzialmente i boschi hanno un valore rilevante, ma nella pratica chi è interessato alla gestione deve confrontarsi essenzialmente con il valore riconosciuto alla legna, con i costi di gestione elevati per via della difficile meccanizzazione, con la scarsa rete viabile e con proprietà frammentate». 

È difficile trovare un equilibrio? 

«È anche un fatto culturale: abbiamo detto della estesa copertura forestale, in crescita negli ultimi 50 anni. Ma accade che quando si vede un albero a terra o una ditta che taglia, si pensa alla deforestazione. L’opinione pubblica è talvolta portata a condannare un’attività che non è solo plausibile ma utile, a volte indispensabile, contro rischi territoriali. Non siamo nella condizione di dover temere per la sopravvivenza del patrimonio forestale ligure, che anzi necessiterebbe di maggiore azione gestionale». 

Questi boschi quindi sono in forma? 

«Ci sono in realtà stati di sofferenza verificati, anche collegati al mutamento del clima. Per esempio la recrudescenza di alcuni fenomeni fitosanitari, collegati talvolta alla siccità o a più alte temperature. Tendenzialmente la quantità di pioggia che precipita in un anno è sempre la stessa, ma è cambiata la frequenza e lo scenario al 2050 fornito da alcuni studi la rende ancora peggiore, con l’aumento dei giorni consecutivi senza pioggia, che quindi indica una maggiore concentrazione dei fenomeni, così come anche la riduzione delle precipitazioni solide, come la neve che invece garantisce un minore impatto. Quindi alcuni soprasuoli stanno evidenziando problematiche: vale la pena non abbassare la guardia. Anche per gli incendi, che tuttavia sono un problema meno grave di quanto forse è percepito: la Regione si è attrezzata nel tempo per migliorare prevenzione e apparati di intervento, e si è intervenuti sull’apparato normativo, rispetto agli anni ‘70 il decremento degli incendi è notevole». 

Eppure storicamente i boschi liguri erano gestiti dall’uomo 

«Sì, sono stati oggetto per secoli di una profonda interazione con l’uomo che cercava spazi per l’agricoltura e manteneva la copertura forestale necessaria. Oltre il 30% dei boschi liguri è rappresentato da castagneti: anche se in larghissima parte non sono più castagneti da frutto qualcuno ha evidentemente piantato quegli alberi, che hanno garantito la possibilità di sopravvivenza per moltissime generazioni nella cosiddetta “civiltà del castagno”. Oltre che per il cibo, come nel caso del castagno, c’è sempre stato un rapporto stretto con il bosco: serviva per la paleria, per la legna da ardere, per il carbone, la carpenteria navale. Dal dopoguerra l’abbandono è stato repentino e questo ha portato una complessità che è ben poco naturale. Le forme di governo impostate, la struttura dei soprassuoli che si è definita non è quella “pensata” dalla natura, per cui quando l’interazione che ne giustificava l’esistenza è venuta meno, alcune situazioni paradossalmente creano oggi problemi e la presenza di un bosco su un versante potrebbe non essere così positiva».

Cioè?

«Ad esempio nei cedui non più tagliati secondo il turno consuetudinario, sono presenti ceppaie pesanti con molti polloni, su un apparato radicale che spesso si trova su terreni superficiali, che possono quindi ribaltarsi originando dissesto. Finché si è operata una ceduazione costante, tutto funzionava. Oggi la situazione è diversa: se prima passavano 15-30 anni da un taglio all’altro, oggi abbiamo boschi non più utilizzati da diversi decenni. L’interruzione dell’attività umana determinerà nel tempo il ritorno a una situazione più naturale, ma attendere inattivi che questo accada può portare rischi territoriali che spesso non possiamo permetterci». 

Torniamo al tema della gestione

«Una gestione attiva non significa tagliare tutto, ma in generale decidere cosa fare e, laddove necessario, intervenire per orientare l’evoluzione dei boschi. Quando l’intervento non è di per se remunerativo, si cerca quindi di intervenire con gli aiuti portati dagli strumenti di Sviluppo Rurale ad esempio per avviare i cedui all’alto fusto o per interventi di riduzione della biomassa per la prevenzione degli incendi. Sarebbe però ottimale riuscire a trovare condizioni di interesse economico per le imprese sulla gestione complessiva del territorio, valorizzandone le diverse funzioni. Il concetto da considerare, come già evidenziato, è che i boschi liguri non sono mai “naturali”, non perché le cose siano state fatte male, ma perché c’erano condizioni socio-economiche che sono profondamente mutate. Anche perché la gestione si connette certamente alla sicurezza ma altrettanto alla fruizione territoriale: il fatto che ci siano 5400 km di rete escursionistica in Liguria è una bellissima cosa, ma comporta una manutenzione». 

Come si guarda al futuro delle politiche di gestione? 

«La salvaguardia passa dalla valorizzazione, anche economica, che si porta dietro l’interesse di tutelare questo patrimonio. Siamo impegnati nell’adeguamento del programma forestale regionale per gli interventi di tutela e ci appoggiamo alla Strategia forestale nazionale del 2021. È importante immaginare una pianificazione puntuale di questo patrimonio con piani forestali di indirizzo territoriale che cerchino di individuare e valorizzare quello che un territorio può offrire, approfondendo in particolare il tema infrastrutture, non solo la viabilità forestale, ma anche le infrastrutture antincendio come le vasche e le fasce tagliafuoco. E poi operare sulla qualificazione e valorizzazione delle imprese, con la promozione di accordi locali che includano direttamente i soggetti interessati a realizzare le attività in un’ottica di impresa, sapendo che la gestione può essere realmente sostenibile».

C’è un bosco a cui è particolarmente affezionato? 

«Da bambino andavo spesso in un bosco ai Casoni di Amborzasco in provincia di Genova, Val d’Aveto: era il cosiddetto Bosco di Piero, un castagneto di un amico dei miei genitori. Era un posto speciale». 

Intervista di Alessandra Chiappori.

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